Lavoro irregolare

Dal dossier n.10

Tra le categorie di illeciti del lavoro irregolare, il lavoro nero è certamente una delle più  diffuse. Nella media dei risultati dei Rapporti dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (di seguito INL) dei tre anni considerati, il lavoro nero costituisce più del 48% delle irregolarità totali. Sebbene il ricorso all’economia sommersa sia una prerogativa dei lavoratori autoctoni2, una parte consistente colpisce anche i lavoratori stranieri. Tra i settori più colpiti in termini assoluti dal lavoro nero vi sono l’edilizia, il commercio al dettaglio e all’ingrosso, l’agricoltura ed i servizi di alloggio e ristorazione. Il lavoro di cura e domestico, sebbene non figuri in termini numerici assoluti tra i primi settori, manifesta un’alta concentrazione di lavoro nero. Questa massiccia presenza del lavoro sommerso può per lo più essere ricondotta ad una marcata informatizzazione delle aree di lavoro sopracitate3, che risulta in rapporti di lavoro non regolarizzati, situazioni di contrasto tra dipendente e datore di lavoro e mancata tutela di entrambe le parti.
Una prima panoramica del fenomeno la fornisce l’Istat attraverso le stime sul lavoro regolare ed irregolare nei conti nazionali basati sul nuovo Sistema Europeo del Conti (SEC 2010) che consentono di quantificare e analizzare il fenomeno a livello settoriale e territoriale. La divisione settoriale ci consente di individuare anche in questo caso il settore “T” relativo alle famiglie datori di lavoro domestico e di analizzare i dati relativi al tasso di irregolarità4. Nel 2004 il tasso di irregolarità nelle famiglie datori di lavoro si avvicinava al 70%; da quel momento ha iniziato a diminuire fino ad arrivare al suo minimo storico nel 2012 (54,6%), risultato ottenuto grazie alla sanatoria. Terminato l’effetto sanatoria e complice la crisi economica ha ripreso a crescere arrivando a toccare il 58% nel 2015 (ultimo dato disponibile). A differenza del lavoro domestico il tasso di regolarità totale non sembra essere influenzato da possibili sanatorie, e risulta più basso delle Famiglie Datori di Lavoro infatti si attesta sempre intorno al 12% (con valore minimo nel 2008). L’analisi dei dati dell’Ispettorato del Lavoro ci riporta a considerazioni simili; la presenza di lavoro nero nelle Famiglie Datori di Lavoro è particolarmente marcata e la sua concentrazione è più consistente rispetto alla media del resto dei settori merceologici. L’andamento del lavoro nero nel settore T ha rilevato un trend altalenante, raggiungendo il 56,4% nel 2015, il 60,8% nel 2016 e il 47,3% nel 2017, mentre nel totale degli altri accertamenti si è accertato un lieve ribasso (53,1% nel 2015, 48,4% nel 2016 e 43,8% nel 2017).
Altre tipologie di lavoro irregolare si trovano nelle cosiddette “zone grigie”. Trattasi di quei rapporti di lavoro solo parzialmente regolarizzati: è il caso del ricorso a forme contrattuali flessibili o atipiche, ad esempio, che dissimulano il reale rapporto di lavoro, oppure a contratti stipulati che coprono solamente una parte delle ore di lavoro dipendente svolto, mentre il restante viene riconosciuto in nero.
Il primo grafico riportato di seguito è relativo alla corretta qualificazione dei rapporti di lavoro, da qui in poi riferito più specificatamente come sotto-inquadramento. Difatti, il più delle volte, il fine ultimo di stipulare un contratto a qualifica inferiore rispetto a quella effettiva è quello di riuscire a pagare meno il proprio dipendente, come ad esempio firmare un contratto Colf anche se il lavoratore domestico effettua prestazioni ricoperte da un Badante.
I dati dell’Ispettorato mostrano come i casi di sotto-inquadramento del 2015 e 2016 nelle Famiglie Datori di Lavoro abbiano seguito la tendenza generale degli altri settori, subendo una leggera caduta e passando da 9,4% al 7,1%. Nell’anno 2017, invece, sebbene la percentuale totale abbia continuato a diminuire, le cifre nel lavoro domestico hanno subito un’impennata, raggiungendo i 17,7 punti percentuali. Questo picco anomalo può essere probabilmente riconducibile all’incremento del tasso di regolarizzazione dei rapporti di lavoro domestico: un aumento delle stipule dei contratti può aver portato le Famiglie alla ricerca del contratto più economico, sotto-inquadrando, di conseguenza, il proprio dipendente.
Tuttavia, lo sconfinamento da un inquadramento ad un altro, sebbene possa portare ad un risparmio economico nel breve termine, risulta anche questo, causa di vertenze sindacali mosse dal collaboratore domestico. Per il buon esito di un rapporto di lavoro è necessario inquadrare appropriatamente lo stato di necessità della famiglia dell’assistito: si ha bisogno di una colf? O piuttosto di una badante a tempo pieno? La persona assistita è autosufficiente o non?
Mentre una parte delle ore lavorative sono previste e coperte dal contratto stipulato, il restante delle ore viene riconosciuto in nero, in maniera sporadica o sistematica. Rispetto alla media percentuale del totale dei settori, tale fenomeno è più tenue nelle Famiglie Datori di Lavoro. Nel 2015 e 2017, la differenza tra il settore “T” e il totale è abbastanza marcata: nel primo anno vi è uno scarto di 7,7 punti (settore “T” 4,5% e il Totale 12,2%); nel secondo la differenza è di 10,4 punti (settore “T” 4,2% e Totale 14,6%). Il 2016 ha registrato, invece, una parentesi atipica, raggiungendo un picco di 13,1%, ma rimanendo comunque inferiore al Totale (13,8%).
Ma per quale motivo in Italia è così diffuso il fenomeno del lavoro nero e come si potrebbe migliorare la situazione? Quali sono i vantaggi che la regolarizzazione del rapporto di lavoro domestico porterebbe per lo Stato? E i vantaggi per le famiglie datori di lavoro domestico?
Lo abbiamo chiesto a Michele Carpinetti, Responsabile bilateralità FILCAMS CGIL nazionale.

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