La disabilità in Italia

Dal dossier n.8

Cerchiamo ora di quantificare le persone con disabilità in Italia. Per farlo vi sono principalmente due strumenti: le fonti amministrative e le indagini campionarie.
Nel primo caso, tuttavia, l’unico dato disponibile riguarda i percettori di indennità di accompagnamento, con dettagli per genere, età e territorio. Le indagini consentono invece di descrivere con precisione il contesto familiare dei disabili e il tipo di aiuto/assistenza che ricevono ma, per la definizione stessa dello stato di disabilità, utilizzano definizioni diverse da quelle adottate nella Legge 104/92. In particolare, quest’ultima fa riferimento a un approccio di tipo clinico che prevede l’accertamento della presenza di patologie invalidanti. Di contro, nelle indagini di popolazione condotte dall’Istat, le persone con disabilità sono individuate tra coloro che riferiscono di avere “difficoltà nelle funzioni motorie, sensoriali o nelle funzioni essenziali della vita quotidiana”, in linea con i più recenti sviluppi del dibattito internazionale. Lo stesso Presidente dell’Istat ha più volte sottolineato la necessità, non ancora soddisfatta, di utilizzare maggiormente le fonti amministrative potenzialmente disponibili, ad esempio le schede di accertamento dell’handicap previste dalla Legge 104/92.
Più in generale, tuttavia, occorre ricordare che la nozione di disabilità della Legge 104/92 è ormai ritenuta superata dalle visioni più recenti della condizione di disabilità come quella promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità con la classificazione International Classification of Functioning, Disability and Health (Icf), su cui il Governo ha intrapreso da anni un lavoro di ricerca e sperimentazione anche in collaborazione con l’Istat.

L’Istat rileva il fenomeno della disabilità attraverso l’indagine sulle “condizioni di salute e il ricorso ai servizi sanitari”, realizzata a cadenza pluriennale.
L’edizione più recente dell’indagine risale al 2012-2013. Proprio in questa edizione l’Istat ha apportato una interessante modifica nella definizione e nella classificazione della disabilità, secondo la classificazione proposta dall’Oms: la disabilità non è più considerata una condizione della persona, concepita come “riduzione delle capacità funzionali a causa di una malattia o menomazione”, ma come il risultato negativo “di un’interazione tra le condizioni di salute dell’individuo e i fattori ambientali in cui vive (barriere culturali o fisiche)”.
Si parla, dunque, di persone con limitazioni funzionali, e non più di persone con disabilità. Complessivamente, l’indagine rileva circa 3,2 milioni di persone di età superiore ai sei anni con almeno una limitazione funzionale, di cui 2 milioni e 500 mila anziani.
Le limitazioni funzionali possono essere di diversa natura, e naturalmente una persona può avere contemporaneamente più limitazioni. Esse possono essere riferite alla dimensione fisica (funzioni del movimento e della locomozione, circa 1,5 milioni di persone, pari al 2,6% della popolazione di sei anni e più); alla sfera di autonomia nelle funzioni quotidiane, quasi 2 milioni di persone, il 3,4%, (ci si riferisce alle attività di cura della persona, come vestirsi o spogliarsi, lavarsi mani, viso, o il corpo, tagliare e mangiare il cibo, ecc.); all’ambito della comunicazione, che riguarda le funzioni della vista, dell’udito e della parola, circa 900 mila persone, l’1,5% della popolazione. Infine, 1 milione e 400 mila persone (il 2,5% della popolazione di sei anni e più) riferiscono di essere costrette a stare a letto, su una sedia o a rimanere nella propria abitazione per impedimenti di tipo fisico o psichico.
Per quanto riguarda il genere, la quota risulta essere significativamente più alta tra le donne, 7,1% contro il 3,8% degli uomini. Dal punto di vista territoriale, nel Sud e nelle Isole la quota di persone con limitazioni funzionali si mantiene significativamente più elevata rispetto alle altre aree territoriali.
Nel corso degli anni duemila, il fenomeno risulta in declino: dal 6,1% del 2000 al 5,5% del 2013, e un analogo andamento si osserva per la popolazione anziana (dal 22,0% al 19,8%).
Oltre alla disabilità in generale, possiamo approfondire ulteriormente l’analisi al livello di “disabilità grave”, ovvero persone che richiedono specifici interventi di assistenza e sostegno.
Su questo tema un passo in avanti importante è stato compiuto nel 2016 con l’approvazione della legge “Dopo di noi” (Legge 112/2016), che mira proprio a tutelare le persone affette da grave disabilità nel momento in cui perdano il sostegno della famiglia (in particolare si fa riferimento a persone affette da “disabilità grave, non determinata dal naturale invecchiamento o da patologie connesse alla senilità, prive di sostegno familiare in quanto mancanti di entrambi i genitori o perché gli stessi non sono in grado di sostenere le responsabilità della loro assistenza”).
In diverse audizioni in Parlamento7, il Presidente dell’Istat ha tracciato una panoramica del problema. Anche nel caso della disabilità grave, i dati di fonte amministrativa non consentono una quantificazione precisa (una stessa persona può soffrire di più di una limitazione funzionale). Dall’archivio dei beneficiari delle prestazioni pensionistiche Inps, è possibile identificare i percettori di indennità di accompagnamento, con i quali si ritiene di poter approssimare lo stato di disabilità grave (secondo la normativa vigente, l’indennità di accompagnamento è assegnata alle persone riconosciute in condizione di gravità da una commissione medico legale operante nelle Asl). Nel 2014, al netto delle persone ospiti presso presidi socio-assistenziali, i percettori di indennità di accompagnamento risultano 1.858.440. Di questi, circa il 70% è costituito da anziani (over 65), mentre le persone con disabilità  grave con un’età inferiore a 65 anni sono circa 540 mila.
Di questi, per tenere conto dell’esigenza indicata dalle proposte di legge di considerare la disabilità non associata al naturale invecchiamento o a patologie connesse con la senilità, si prendono in considerazione circa 269 mila persone che vivono con uno o entrambi i genitori (49,9%). Per queste persone il rischio di esclusione ed emarginazione è particolarmente elevato, considerando la forte dipendenza dalla rete familiare. In particolare, tra questi, circa 89 mila persone vivono con genitori anziani.
Circa un terzo delle persone con disabilità grave con meno di 65 anni (192 mila, 35,6%) vive con il partner e/o con i figli, mentre 52 mila soggetti (il 9,6%) vivono soli (di questi, il 73% non ha più i genitori).


 

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