Particolarità del datore di lavoro domestico

Dal dossier n.10

In Italia le imprese con dipendenti superano un milione e mezzo e rappresentano il 35% del totale delle imprese. Nel momento in cui si costituisce un’azienda lo scopo non è creare lavoro, ma avere un profitto.
Per arrivare a questo non è solo necessario avere un’idea imprenditoriale, serve analizzare dettagliatamente ogni fase del processo di produzione e assegnare responsabilità e ruoli alle figure professionali presenti in organico. Al momento dell'assunzione del primo dipendente, si costituisce un rapporto assicurativo-previdenziale tra datore di lavoro e prestatore di lavoro che comporta obbligo di iscrizione del datore di lavoro agli enti previdenziali, oltre al pagamento dello stipendio e al rispetto per entrambe le parti del contratto.
I datori di lavoro domestico invece sono oltre 2 milioni (l’8,3% delle famiglia italiane ha almeno un collaboratore domestico, indagini Censis 2015) e il diventare “datore di lavoro” non risponde ad un’esigenza di profitto, ma ad una necessità familiare spesso emergenziale (basti pensare al numero di badanti assunte). In molti casi si cerca un aiuto in una situazione critica, senza conoscere le regole che disciplinano il lavoro, cercando più di contenere i costi che di approfondire gli obblighi di gestione di un dipendente.
Inoltre, esiste un’altra particolarità che li differenzia dai normali imprenditori: l’attività non è legata all'oggetto della prestazione in sé, ma bensì al contesto in cui si inserisce, che è quello della "vita familiare" e non dell'"organizzazione d'impresa" come per la maggior parte dei rapporti di lavoro subordinato. Quindi il datore di lavoro domestico è innanzitutto un soggetto privato che si avvale di personale per lo svolgimento di attività di gestione della casa o di cura, per rispondere ad un’esigenza familiare e non al profitto e questa attività si svolge normalmente all’interno della sua abitazione.
Di tutte queste specificità l’ordinamento italiano ne tiene conto semplificando alcune procedure, ma gli obblighi assicurativi e burocratici sono presenti anche per questi datori di lavoro. Si riscontra quindi in molti casi una mancanza di conoscenza e di consapevolezza degli obblighi che può sfociare in vertenza che spesso si conclude a favore del lavoratore perché il sistema burocratico considera chi assume quasi un imprenditore in grado di districarsi tra contributi, casse previdenziali, permessi, ferie, malattia e buste paga. Mentre il datore di lavoro oltre a risentire della mancanza di competenze amministrative / burocratiche, deve gestire costi elevati di gestione (salario, tasse e contributi, vitto, alloggio, servizi aggiuntivi – telefono, internet, ecc.) che spesso non è in grado di sostenere. Diventa una guerra fra poveri, la differenza rispetto al lavoratore che fa causa all’azienda è che non c’è un Davide contro Golia, ma due soggetti privati.
A questo si aggiungono le problematiche sulla sicurezza, manca una strategia globale di prevenzione, ma anche una comunicazione piuttosto lacunosa tra collaboratori e famiglie e la scarsa consapevolezza dei fattori di rischio, che una maggiore cultura della sicurezza potrebbe invece incentivare tramite l’adozione di piccoli accorgimenti, contribuendo così a ridurre gli infortuni più comuni, come la responsabilizzazione dei datori, oltre che degli stessi lavoratori, allo scopo di evitare il verificarsi di quelle situazioni limite (carichi di lavoro eccessivi, presenza di rischi in casa, e così via) che costituiscono terreno fertile per gli incidenti CENSIS 2009. Sembra insomma che dei datori di lavoro improvvisati, che fino a poco fa svolgevano quelle stesse mansioni domestiche di persona – come molti continuano a fare – non siano naturalmente portati a considerare i rischi del mestiere, perché loro per primi non danno troppa importanza alla questione (CENSIS 2009).
L’indagine Istat sulle forze lavoro basata su una rilevazione campionaria registra 476 mila persone che lavorano come personale non qualificato addetto ai servizi domestici (colf) e 493 mila professionisti qualificati nei servizi personali ed assimilati (baby sitter, badanti). Quindi quasi un milione di lavoratori soggetti a rischi professionali, rischio ben sintetizzato nella tabella sottostante.
Ogni anno quasi 3 mila domestici denunciano un infortunio e oltre 6 mila persone dedicate ai servizi di cura. Valori diversi tra loro che ben evidenziano la diversa incidenza rispetto al numero di lavoratori, sembra essere più rischioso occuparsi dei servizi di cura rispetto alla gestione della casa.
Andamento simile – seppur contenuto- lo troviamo nelle malattie professionali certificate, maggiormente presenti nei servizi di cura. Questa specificità trova in parte spiegazione nelle minori ore di lavoro delle colf, ma forse anche nelle maggiori zone di chiaro/scuro del lavoro della colf rispetto alla badante.
Rita De Blasis, Segretaria Generale Federcolf con il suo contributo evidenzia i cambiamenti del datore di lavoro intervenuti negli anni, passato da lavoro senza tutele a lavoro gestito da un contratto nazionale, ma con un’elevata incisione di rapporto irregolari.

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