Il concetto di “casa” e di “cura”
La casa, nell’immaginario collettivo, è il luogo dell’intimità. Ciò che è “domestico” diventa spazio fisico e anche spazio di vita, luogo degli affetti, delle azioni quotidiane. Attorno alla quotidianità ruotano le identità di individui che si trovano ad agire dentro una dimensione di senso. Pensiamo allora all’impatto che può avere “aprire casa” a una persona estranea, perché se ne prenda cura o si prenda cura dei nostri cari. Tra le sue pareti si sviluppano relazioni di forte prossimità ed entrano in gioco dinamiche complesse, che sono molto di più delle “faccende domestiche” che si contrattano nel “lavoro domestico”.
Questo è un settore che prevede rapporti fiduciari molto forti: diventa fondamentale la ricerca di qualcuno di cui fidarsi, cui affidare le persone più importanti della propria vita e lasciar custodire gli spazi più intimi e privati.
Ruolo e identità professionale
“Voi siete professioniste della cura della persona o della casa”, ripetiamo spesso nei corsi di formazione, davanti a sguardi attoniti e quanto mai perplessi.
Si tratta, infatti, di “un prendersi cura” inteso come quell’insieme di competenze domestiche, comunicative, assistenziali, modalità relazionali calde ed empatiche: tutti aspetti portanti del lavoro domestico, teso alla costruzione di un legame di fiducia in grado di dare aiuto nella gestione della casa, assistenza, protezione, stimoli cognitivi, conforto, se si tratta di assistenza.
Riconoscimento di un ruolo e capacità di “riconoscersi un ruolo”: appare questo un punto chiave nella formazione al lavoro domestico.
Il riconoscimento professionale non è solo un elemento esterno, ma concerne anche una dimensione “interna”. Frequentemente sono le collaboratrici familiari a non dare il giusto valore alle mansioni che svolgono e a non coglierne l’importanza. Negli ultimi anni, come si evince dai corsi di formazione DOMINA, si sono fatti passi avanti importanti in termini di consapevolezza e di riconoscimento del lavoro domestico, con un progressivo aumento di lavoratori che vivono con orgoglio tale professione.
Nelle storie raccolte in questi anni di formazione riscontriamo elementi comuni: molte donne ripiegano su questo lavoro dopo aver rinunciato a un impiego più consono al loro curriculum (maestre, ingegneri, architetti, operaie, sarte…). Si adattano dunque a svolgere il lavoro domestico o di cura, pur non intravedendo alcuna possibilità di crescita professionale e quindi non investendo nella formazione.
All’inizio si avvalgono di competenze apprese dalle loro esperienze familiari maturate nei contesti culturali di provenienza, oppure si appellano al buon senso, cercando di ascoltare le esigenze del datore di lavoro. Tutto avviene senza una formazione specifica in grado di qualificare il loro lavoro di assistenza, di specificarne le mansioni (distinguendole da altre che attengono più a professioni socio sanitarie) e di permettere loro di essere consapevoli dei meccanismi di tutela.
L’informalità della domanda e dell’offerta del lavoro domestico è un ulteriore aspetto che va a scapito della qualità e della professionalità del lavoro svolto. La domanda avviene spesso per conoscenze e anche l’offerta di lavoro si è strutturata al di là di ogni protocollo.
Si consiglia la lettura della seconda parte dell’approfondimento con la psicologa Maria Grazie Vergari: “Formazione lavoratori domestici e riconoscimento profilo professionale“.
Maria Grazia Vergari è Psicologa – Psicoterapeuta, docente in Psicologia dello Sviluppo presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxillum” di Roma
