Differenze tra Nord e Sud Europa nel lavoro domestico

Intervista a Maria Gallotti

Maria Gallotti ha iniziato a lavorare presso l'ILO nel 2000, all’interno del programma di promozione del genere (GENPROM) del settore dell'occupazione, dove ha svolto un progetto di cooperazione tecnica nel settore della sfera di genere, dell'occupazione e della migrazione, concentrandosi in particolare sui lavoratori domestici migranti.

Dall’analisi della letteratura disponibile emerge come nei paesi mediterranei il lavoro domestico sia più diffuso rispetto al Nord Europa dove si registra una presenza maggiore di servizi sociali pubblici. Abbiamo chiesto a Maria Gallotti il suo punto di vista su questa disomogeneità e le principali motivazioni.

Il lavoro domestico è una delle aree principali di occupazione a disposizione delle donne migranti in Europa, con importanti differenze tra i diversi paesi. Le stime ILO collocano la quantità di lavoratori domestici migranti in Europa nel 2015 a poco più di 2,2 milioni di lavoratori (Stima globale ILO dei lavoratori migranti, 2015), rappresentando circa il 54% di tutti i lavoratori domestici della regione. Tuttavia, data la preponderanza dell'occupazione informale nel lavoro domestico, queste cifre sono probabilmente sottostimate.

Le cifre ufficiali dei lavoratori domestici nei singoli paesi europei variano dallo 0,04% della forza lavoro nei Paesi Bassi al 2,9% in Italia, e fino a oltre il 5% a Cipro (Eurostat, 2012). I dati suggeriscono non solo una differenza di quota di lavoro domestico sull'occupazione totale nei paesi dell'Europa settentrionale e meridionale, ma anche nella quota di migranti tra i lavoratori domestici. In particolare, nei paesi dell'Europa meridionale il lavoro domestico rimane una delle occupazioni più accessibili per le donne migranti. Gli studi suggeriscono che questo dualismo sia legato ad una combinazione  di fattori che formano i "regimi di cura" e "regimi di migrazione".
In linea di massima, esistono importanti differenze nelle strutture istituzionali basate sul peso relativo di ciascuno dei tre principali soggetti sociali e istituzioni responsabili della cura dell'assistenza: le famiglie, lo Stato e i mercati.

In generale, i paesi mediterranei tendono ad adottare regimi di assistenza "familiaristi", che trasferiscono alla famiglia (e spesso ai membri femminili all'interno di essa) la responsabilità della cura per i loro familiari dipendenti, attraverso accordi formali o informali. Nei paesi dell'Europa settentrionale, invece, i servizi di cura pubblici tendono ad essere più preponderanti e in qualche modo più formalizzati o istituzionalizzati.
 

Lavoro domestico e immigrazione

In assenza dei servizi pubblici di assistenza sanitaria, il lavoro domestico e di cura è spesso lasciato in mano a un lavoratore domestico, in condizioni di lavoro precarie. In un contesto di cambiamento delle strutture familiari e con l'aumento della partecipazione al mercato del lavoro delle donne, il lavoro di cura viene trasferito ad altre donne provenienti da paesi terzi. Le politiche dell'immigrazione sono state spesso formate per soddisfare questa crescente domanda. Infatti, alcuni paesi mediterranei hanno attivamente "importato" i lavoratori di cura dall'estero, aprendo percorsi giuridici per questa categoria di lavoratori (vedi contingenti ad hoc in Italia o in Spagna) o tollerando e successivamente regolarizzando il lavoro irregolare di immigrati (Castagnone, Salis Et al, 2013; Arango, Díaz-Gorfinkel et al., 2013). Altri paesi sono stati più selettivi e hanno aperto canali migratori solo per un piccolo numero di operatori specializzati o altamente qualificati (es. Regno Unito o Germania). Va sottolineato comunque che anche in alcuni paesi nordici, negli ultimi dieci anni le politiche migratorie sono state effettivamente utilizzate come canale d’ingresso per i lavoratori domestici e di cura.

Per maggiori approfondimenti vi consigliamo di consultare il Dossier DOMINA n.4 con l'intervista a Maria Gallotti.
 

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