Intervista Rita De Blasis

Dal dossier n.10

Il rapporto di lavoro domestico è assolutamente peculiare rispetto ad altri rapporti di lavoro per diversi ordini di motivi, non ultimo il fatto che i cambiamenti sociali ne hanno alterato profondamente i confini e le caratteristiche.
Storicamente il ricorrere al lavoro domestico era appannaggio di classi sociali alte: il rapporto datore/lavoratore era un rapporto pre-moderno, di servitù, e non c’era nessun tipo di riconoscimento dei diritti del lavoratore. Anche dal punto di vista “nominale”, negli anni Cinquanta e Sessanta, le lavoratrici domestiche venivano ancora definite “servette”, sino a quando, grazie all’impegno e al duro lavoro delle lavoratrici stesse, non si è incominciato a parlare di Collaboratrici Familiari (COLF).
Ovviamente oggi il quadro generale è completamente mutato: il lavoro domestico si è largamente diffuso nella società e le famiglie che vi ricorrono sono fortemente differenziate per possibilità economiche e necessità. Ma se da una parte le condizioni di lavoro sono migliorate, dall’altra non risultano ancora pienamente soddisfacenti; infatti, a differenza di altri settori in cui, all’aumentare della domanda ha corrisposto un miglioramento delle condizioni di chi rappresenta “l’offerta”, nel lavoro domestico ciò non è accaduto del tutto; anzi, spesso la condizione di maggiore debolezza sociale e materiale di una parte del comparto datoriale viene scontata proprio dai lavoratori, con crescenti fenomeni di precarizzazione, salari al disotto dei minimi sindacali, lavoro in nero.
Processi rafforzati spesso da una ancora diffusa tendenza culturale presente nella società italiana a non considerare il lavoro domestico come un lavoro dotato della medesima dignità di altri.
Altra conseguenza del grande (e veloce) cambiamento sociale che ha rappresentato il ricorso sempre più frequente al lavoro di cura nelle famiglie, è che i datori di lavoro, oggi, sono spesso persone impreparate a svolgere tale ruolo, che magari si trovano anche alla prima esperienza “datoriale” e non sanno come comportarsi; non conoscono i propri obblighi né i riferimenti normativi che regolano il lavoro domestico. Così, molto spesso, ci si affida al “passaparola” e al “sentito dire”, con ulteriori ripercussioni negative sul piano del riconoscimento della dignità e dei diritti delle lavoratici e dei lavoratori del settore.
Compito dei sindacati e delle associazioni di categoria deve essere, quindi, quello di continuare ad informare e a “fare cultura” con lo stesso impegno con cui lo hanno fatto le prime coraggiose colf che hanno dato vita ai movimenti organizzati della categoria.

 

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