Focus lavoro domestico

Contesto socio demografico

di Davide Guarini, Segretario Generale Fisascat CISL

Prima di accingermi ad entrare nel merito del tema che mi è stato assegnato, ritengo utile mettere a fuoco il contesto socio-demografico dentro il quale il lavoro domestico – e quindi anche la nostra agency sindacale – si muove ed esprime la sua fondamentale funzione sociale. L’Italia è, non da oggi, un paese senza ricambio che ha scelto in modo poco lungimirante di chiudere in una bolla ermetica il problema della crisi demografica, pensando così di esorcizzarla, invece di prevenire e affrontare le sue conseguenze stanziando risorse e attrezzando politiche coerenti ai cambiamenti strutturali che da almeno un trentennio stanno cambiando volto e prospettive alla società italiana.

La questione demografica ha perciò faticato ad imporsi nell’agenda politica nazionale, se non in retoriche e occasionali iniziative. Eppure, è noto come i fenomeni demografici abbiano un impatto rilevante e duraturo sulla struttura economica e sociale di un paese: se nel bene o nel male dipende dal verso in cui si muove il vettore demografico.
Per esempio, l’Italia si misura da tempo con due problemi che sono l’effetto della cronicizzazione del suo “inverno demografico”: il primo è l’invecchiamento della popolazione che sta mettendo sotto pressione il sistema di welfare – dal 1961 ad oggi gli over 64 sono passati dal 9,5% al 23,2% – evidenziando i limiti e le carenze di un’architettura di servizi modellata sulla fisionomia di un paese che un tempo presentava sul piano demografico un carattere espansivo; il secondo problema ha a che fare con la riduzione della popolazione attiva, quella cioè in età da lavoro, che impatta direttamente sul potenziale di crescita di lungo periodo dell’economia e, indirettamente, sulla sostenibilità economica e, come vedremo, sociale del welfare state italiano.
Secondo il Censis “il quadro è quello di una progressiva erosione della base contributiva, a fronte di un incremento consistente dei non attivi soprattutto anziani, basata su dinamiche demografiche di lunga deriva, come la bassa natalità e il massiccio invecchiamento che caratterizzano ormai da decenni il nostro Paese e che hanno delineando i contorni di una società a bassa intensità di giovani”.
Le previsioni demografiche annunciano che tra vent’anni su una popolazione di 59,3 milioni di abitanti gli anziani, seppure di poco, saranno più degli under 35: infatti, questi ultimi saranno 18,4 milioni (il 31,0%), mentre gli over 64 saranno 19,1 milioni (il 32,2%)
La circolarità della questione demografica, unita alla sua prevedibilità, avrebbe dovuto indurre una classe dirigente responsabile e capace di andare oltre la comoda contingenza del consenso a buon mercato a porre per tempo il tema al centro delle sue priorità. Oggi, quella realtà, per troppo tempo tenuta sotto la campana, presenta l’inesorabile conto e impone un ripensamento complessivo e repentino delle politiche di welfare e, a cascata, dei modelli organizzativi dei servizi e del lavoro nei territori.

Se stringiamo l’obiettivo sulla parte più fragile della popolazione italiana, dal rapporto della Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e socio-sanitaria per la popolazione anziana, emerge che su una platea di circa 6,9 milioni di over 75, oltre 2,7 milioni di individui presentano gravi difficoltà motorie, comorbilità e scarsa autonomia. Di questi, 1,2 milioni di anziani dichiarano di non poter contare su un aiuto adeguato alle proprie necessità, di cui circa 1 milione vive solo oppure con altri familiari tutti over 65 senza supporto o con un livello di aiuto insufficiente.
Infine, circa 100 mila anziani, soli o con familiari anziani, oltre a non avere aiuti adeguati sono anche poveri di risorse economiche e quindi impossibilitati ad accedere a servizi a pagamento per avere assistenza.
Secondo la Commissione “è dunque della massima importanza intercettare la domanda economica e sociale di questo ‘popolo’ di anziani spesso soli, con scarse disponibilità economiche e senza aiuto, traducendola in un’offerta di servizi di sostegno, prioritariamente presso l’abitazione e sul territorio; oltre ad assicurare loro una migliore qualità di vita, ciò permetterà di evitare che la condizione di svantaggio si trasformi ed esploda come domanda sanitaria dalle dimensioni insostenibili”.

Come si colloca il lavoro domestico rispetto a queste dinamiche? È noto come il nostro paese, nell’ambito dei sistemi europei di welfare, costituisca un modello a sé per effetto della bassa offerta di servizi pubblici e della centralità delle famiglie nelle attività di cura e assistenza parentale, parzialmente delegate al sistema residenziale, ma pur sempre in una logica privatistica. Lo sviluppo del lavoro domestico, dunque, si inserisce in questo quadro di sostanziale “privatizzazione” dell’offerta come risposta informale alla crescente domanda di cura da parte della popolazione più anziana.
Infatti, se da un lato i dati mostrano un miglioramento complessivo dello stato di salute della popolazione, quindi anche degli anziani, permane il nesso tra aumento dell’età, presenza di malattie croniche e riduzione della autosufficienza.
In un recente rapporto il Censis conferma che “il quadro dell’offerta territoriale e domiciliare appare fortemente carente e differenziato sul territorio nazionale. A fronte di una risposta limitata dei servizi socio-sanitari, i bisogni legati alla cronicità chiamano in causa un impegno costante delle famiglie, e in particolare dei caregiver familiari, che sono i protagonisti indiscussi nella assistenza continuata ad anziani e non autosufficienti, spesso contando anche sull’accompagnamento di una badante”. 
Tuttavia, anche questo modello è destinato ad andare sotto stress a causa della dinamica demografica, nonché dei cambiamenti della struttura familiare e del mercato del lavoro. Sono infatti destinati ad aumentare i nuclei unipersonali e le famiglie monogenitoriali a fronte di una riduzione delle famiglie con figli e dello stesso numero medio di componenti familiari. Queste trasformazioni strutturali, in verità già evidenti, riducono la platea dei potenziali caregiver, a fronte del segnalato incremento del numero dei futuri fruitori di assistenza.

Insomma, il modello italiano, che con tutti i suoi limiti e con forti escursioni territoriali ha per lungo tempo sopperito al disimpegno dello Stato, potrebbe nel giro di pochi anni non essere più in grado di assorbire la crescente domanda di cura e assistenza di una popolazione sempre più anziana. Può l’offerta residenziale sopperire a questo problema? Al momento le famiglie la considerano una soluzione residuale, l’extrema ratio da prendere in considerazione solo in caso di assoluta necessità. Inoltre, in prospettiva tale soluzione rischia di essere sempre meno alla portata senza un sostegno economico del pubblico alla luce dei cambiamenti che stanno investendo la struttura familiare e delle riforme previdenziali del recente passato, nonché delle conseguenze di lungo periodo che la pandemia ha prodotto sull’immaginario delle famiglie.

Il PNRR prevede risorse importanti ma non risolutive per un radicale riassetto organizzativo delle politiche socio-sanitarie e socio-assistenziali, in particolare per quanto riguarda la non-autosufficienza, anche perché di fronte al progressivo invecchiamento della popolazione e al possibile ridimensionamento del ruolo assistenziale delle famiglie, serve uno sforzo finanziario di notevole portata e una buona dose di creatività politica per disegnare il welfare del XXI secolo.
In tal senso, la professionalizzazione del lavoro domestico e il suo pieno riconoscimento istituzionale e sociale costituiscono i capisaldi di un percorso riformatore che, nel dare continuità alle specificità del modello italiano – innovandolo – ne assicuri la sostenibilità economica e sociale nel lungo periodo. Una sfida, questa, che non può essere affrontata senza un costante e puntuale confronto sociale con le organizzazioni del settore e la valorizzazione della leva della bilateralità quale strumento contrattuale orientato al miglioramento dell’efficienza del mercato del lavoro.

Per una piena uguaglianza di trattamento del settore del lavoro domestico è indispensabile che il dialogo sociale sia propulsore di tutte le azioni alla base dell’attività di pianificazione, ripensamento e sviluppo del comparto. Al fine di restare al passo con i tempi e andare nella giusta direzione è necessario che tutte le parti in causa siano coinvolte.
Non è un caso che il dialogo sociale sia indicato come pilastro su cui si basa il funzionamento dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. La sua importanza è stata riaffermata recentemente nella “Dichiarazione del centenario dell’OIL per il futuro del lavoro” in cui viene riconosciuto come leva che contribuisce alla coesione generale delle società e come mezzo cruciale per realizzare i diritti e le libertà sul lavoro.

Anche l’Unione Europea “riconosce e promuove il ruolo delle parti sociali” e favorisce il pieno coinvolgimento delle parti sociali la cui partecipazione trova nel comitato economico e sociale il suo consesso naturale. Perciò, riteniamo che anche il governo italiano debba mantenere nel tempo un dialogo strutturato con le parti sociali come rivendicato nel documento programmatico sottoscritto dalle firmatarie del CCNL di categoria.
Sono cinque le azioni proposte dalle parti sociali per restituire dignità al settore: l’adozione del trattamento economico di malattia a carico dell’INPS; l’estensione della normativa di tutela della maternità e della genitorialità; il riconoscimento ai datori di lavoro della deducibilità dal reddito di tutte le retribuzioni corrisposte ai propri lavoratori domestici e dei contributi obbligatori; il ripristino dei “decreti flussi” annuali con la previsione di adeguate quote riservate al settore domestico e l’approvazione della cosiddetta legge “ero straniero”; l’istituzione di un assegno universale per la non autosufficienza e la detraibilità fiscale dei contributi versati per i lavoratori addetti all’assistenza personale di soggetti non autosufficienti.
Per sostenere le famiglie, che di fatto rappresentano ancora la colonna portante dell’assistenza in Italia, data l’importanza del comparto in termini sociali ed economici, invece di iniziative sparpagliate, è necessario che tutte le energie economiche siano convogliate in interventi strutturali in grado di elevare la qualità del lavoro domestico sottraendolo in modo definitivo alla logica della improvvisazione e del fai-da-te.
Il sentiero da percorrere è, dunque, quello di una progressiva “industrializzazione” del welfare fondato su un nuovo patto di sistema che metta insieme Stato, famiglie, parti sociali, profit e nonprofit. Nell’ultimo rapporto sul bilancio di welfare delle famiglie italiane si spiega che “in un paese demograficamente e socialmente maturo come l’Italia, con aspettative tra le più elevate di benessere sociale e personale, i consumi di welfare sono destinati a caratterizzare l’evoluzione del mercato”.  E – aggiungiamo noi – l’evoluzione del lavoro sul piano delle competenze e dei modelli organizzativi.

La finalità della piattaforma programmatica degli interventi normativi, alla quale la Fisascat ha dato un contributo determinante, è perciò quella di accompagnare questo processo di modernizzazione – assolutamente necessario alla luce delle trasformazioni strutturali di lungo periodo della società italiana – favorendo l’equilibrio dell’occupazione nel settore del lavoro domestico dove è imprescindibile anche affermare la dignità del lavoro, nel rispetto della Convenzione ILO 189 e dei venti punti del Pilastro europeo dei diritti sociali adottato dal Parlamento europeo, dal Consiglio e dalla Commissione il 17 novembre 2017 con l’intento di mettere al primo posto le tutele lavorative e sociali e per garantire il buon funzionamento dei mercati del lavoro e dei sistemi di protezione sociale.

Estratto del terzo
Rapporto annuale sul lavoro domestico.
 

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