Lavoro domestico, impegno delle famiglie vale 16 miliardi

Il settore supera 1 per cento del PIL

L’emergenza Covid ha portato un aumento del numero di lavoratori domestici regolari, che però sono ancora meno della metà del totale. Complessivamente, le famiglie italiane spendono quasi 15 miliardi per la gestione del lavoro domestico (cura della casa, assistenza agli anziani e ai bambini, ecc.) e determinano un contributo al PIL di 16,2 miliardi, pari all’1,1% della ricchezza nazionale. Questi alcuni dei dati contenuti nel nuovo Rapporto annuale DOMINA sul lavoro domestico, a cura dell’Osservatorio DOMINA.

I lavoratori domestici in Italia
A fine 2020, secondo i dati INPS, i lavoratori domestici regolari sono 920.722, in aumento rispetto all’anno precedente (+7,5%). Dalla serie storica emerge chiaramente come il 2020 interrompa un trend negativo che durava dal 2013.
Tuttavia, ricorda l’Osservatorio DOMINA, bisogna considerare che il lavoro domestico è, secondo i Conti Nazionali ISTAT, il comparto con il più alto tasso di irregolarità (57,0%), seguito – con un certo distacco – dall’Agricoltura (24,1%). Mediamente, il tasso di irregolarità in Italia è del 12,6%.

Nel lavoro domestico, il ricorso al lavoro informale è notevole e deriva da una percezione, storicamente radicata e tuttora in parte presente, del lavoro domestico come “lavoretto” o comunque come attività “marginale”. Tale percezione, progressivamente meno diffusa ma non completamente sradicata, deriva anche da una difficoltà oggettiva: le famiglie datori di lavoro domestico, infatti, “assumono” personale per rispondere ad una situazione di necessità, a volte emergenziale, e non per motivazioni legate al profitto come una normale azienda. Questo le porta a cercare di ridurre al massimo i costi, sottovalutando le conseguenze che l’utilizzo di un lavoratore irregolare può portare alla famiglia stessa. Infatti, questi rapporti di lavoro non regolamentati, si possono tradurre in vere e proprie vertenze ed in molti casi i datori di lavoro si ritrovano a pagare importi notevoli per sanare la situazione. Infine, le irregolarità trovano terreno fertile anche nell’atipicità del luogo del lavoro: una casa privata, ad esempio, non è soggetta ai normali controlli dell’Ispettorato del Lavoro.
Dunque, l’Osservatorio DOMINA stima che i 921 mila lavoratori domestici censiti dall’INPS siano in realtà meno della metà del totale, che quindi supera i 2,1 milioni.

La spesa delle famiglie per il lavoro domestico

Dai dati INPS è inoltre possibile calcolare la quota di spesa in capo alle famiglie per la componente regolare e, successivamente, stimare il costo anche per la componente irregolare del lavoro domestico.
Sui 921 mila domestici regolari censiti nel 2020, il 31,3% percepisce una retribuzione annua inferiore a 3 mila euro. Un ulteriore 20,7% percepisce tra 3 e 6 mila euro annui. Per la retribuzione dei lavoratori domestici regolari, dunque, le famiglie italiane nel 2020 hanno speso circa 5,8 miliardi, a cui vanno poi aggiunti contributi (1,0 miliardi) e TFR (0,4 miliardi), per un totale di 7,2 miliardi per la sola componente regolare. Considerando anche la spesa per la componente irregolare (naturalmente solo la retribuzione), si ottiene un volume complessivo di 14,9 miliardi spesi dalle famiglie per la gestione dei lavoratori domestici.
In questo modo, le famiglie contribuiscono direttamente alla gestione di parte dei servizi di welfare. Nel modello mediterraneo, infatti, lo Stato cede (più o meno consapevolmente) alle famiglie buona parte dell’onere dell’assistenza agli anziani. Situazione ben diversa, invece, da quello che avviene nei sistemi anglosassoni o nordici, in cui l’impegno dello Stato è molto più consistente.


Il contributo al PIL
Dai Conti Nazionali ISTAT è possibile analizzare il contributo del lavoro domestico al PIL. Nel 2020, il Valore aggiunto prodotto dalla “attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro per personale domestico” è pari a 16,2 miliardI, in diminuzione a causa dell’emergenza COVID 19.
Osservando la serie storica, l’Osservatorio DOMINA evidenzia una crescita dopo la “sanatoria” del 2012, che ha fatto diminuire la componente irregolare e aumentato le entrate economiche del settore. Questo andamento si evidenzia anche dall’incidenza del PIL del lavoro domestico sul PIL Totale; che tra il 2012 e il 2015 si è attestato all’1,3%. Dal 2016 è cominciata una progressiva diminuzione, fino ad arrivare all’attuale 1,1%.
Nel 2020, causa Covid, si è registrato un brusco calo sia del PIL Totale che di quello del lavoro domestico.


A livello territoriale, le Regioni con la maggior concentrazione del PIL del lavoro domestico sono Lombardia e Lazio dove si concentra il 36% del PIL del lavoro domestico. La Lombardia da sola ha un valore aggiunto del 22% del PIL totale, dato che conferma la forte presenza di lavoratori domestici in questa regione.
Se mediamente i 16,2 miliardi rappresentano l’1,1% del Valore aggiunto prodotto in Italia, in alcune Regioni questa incidenza è superiore: in Umbria la percentuale è pari all’1,5%, mentre in Lazio e Sardegna i lavoratori domestici producono l’1,4% del PIL regionale.



Secondo Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di DOMINA, le elaborazioni dell’Osservatorio DOMINA sottolineano il peso del lavoro domestico nell’economia italiana. Un settore che già oggi vale un punto di PIL ma che potrebbe, con politiche mirate all’emersione del sommerso, essere ulteriormente valorizzato in termini di sicurezza, legalità e gettito fiscale.


 
Redazione DOMINA
05/01/2021

 

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