Le sfide del lavoro domestico nelle piattaforme digitali

La tecnologia trasforma anche il lavoro

di Wendy Galarza, Idwf - Ex.Co Member Europa; Effat - Presidente Settore Lavoro Domestico

La diffusione della tecnologia ha trasformato e continua a trasformare le nostre vite rendendo sempre più sottile il confine tra lo spazio fisico e quello digitale.
Siamo abituati sempre più a ricercare on line le informazioni di cui abbiamo bisogno e nell'economia del tutto “as a service”, in cui tutto diventa un servizio da poter vendere, le piattaforme di intermediazione guadagnano sempre più utenti e informazioni (quindi mercato) ed offrono continuamente nuovi servizi.
Questa trasformazione coinvolge di conseguenza anche il mondo del lavoro, in maniera ben più significativa di ciò che pensiamo: conosciamo tutti le app di food delivery e sappiamo tutti riconoscere un rider per le strade delle nostre città, forse siamo meno abituati ad immaginare una colf o un badante che presta la sua professionalità tra le quattro mura della casa del suo cliente.
Questa dimensione privata, particolare del settore domestico, riguarda anche il momento di ricerca di questo tipo di prestazione: di solito, ci si rivolge ad amici e conoscenti e si fa affidamento sul passaparola che fornisce informazioni sulla qualità e sul costo di un lavoratore. Le piattaforme digitali sono in possesso di questo tipo di informazioni e per questo, pur non offrendo direttamente i servizi ricercati, intercettano facilmente domanda e offerta, posizionandosi come luogo in cui avviene la stipulazione dell’accordo, transazione economica inclusa. Se questi accordi da un lato risultano essere regolari per le parti datore/lavoratore, dal punto di vista contrattuale non lo sono perché ad oggi sono poche le piattaforme che applicano il regolare CCNL del settore che garantisce diritti e tutele ai lavoratori. Le tutele a cui dobbiamo pensare non sono riferite solo al compenso: la contrattazione collettiva tutela la salute, la sicurezza e il trattamento pensionistico di un lavoratore.

La Gig Economy o economia dei lavoretti è una sorta di auto imprenditoria, perché i lavoratori devono provvedere da soli a tutto ciò che serve per il proprio lavoro: strumenti e prodotti, indumenti, costi di trasporto, gestione orario. Un rapporto di lavoro così configurato presenta le stesse caratteristiche di un rapporto di lavoro subordinato, in cui di norma, dovrebbe essere l’azienda a mettere il lavoratore nelle condizioni adeguate per svolgere la propria mansione. Nella Gig Economy le piattaforme non si assumono queste responsabilità pur ricoprendo a tutti gli effetti il ruolo di datore di lavoro come dimostrato recentemente dai riders di Torino nella causa Foodora: al termine del processo la piattaforma è stata riconosciuta come datrice di lavoro ed è stata costretta ad applicare un contratto collettivo ai suoi gig workers.


Contratto collettivo vuol dire tutele.
La questione delle tutele previdenziali ci fa ragionare in ordine su quali siano e cosa prevedano, analisi da eseguire caso per caso data la natura stessa delle Platform.
Se, nell’immaginario collettivo, il gig-worker è un lavoratore autonomo, allora sarebbe opportuno ricordare che esistono delle tutele per questo tipo di lavoratori come la contribuzione pensionistica, la sicurezza, l'assistenza sanitaria e gli assegni di disoccupazione.
Tutele volte prima di tutto a garantire la serenità lavorativa e non lavorativa di una persona.
Ma è giusto affermare che i lavoratori delle piattaforme sono autonomi? La risposta è no.
I lavoratori dell'Economia digitale sono a tutti gli effetti lavoratori subordinati ad un datore di lavoro: la piattaforma.
Da un punto di vista giuridico però, siamo indietro. Le piattaforme si sono evolute più velocemente di quanto avessimo previsto e ad oggi non esiste un quadro normativo adeguato a regolamentare questo settore.
Questa velocità di cambiamento è dovuta alla continua riscrittura di un algoritmo che non si auto-genera ma viene manipolato di continuo per adattarlo alle esigenze del “cliente”, senza tener conto del lavoratore.

Come si risolve questa situazione? Spostando l’attenzione sui lavoratori.
Attualmente sono state prese in considerazione due ipotesi di soluzione a questo problema: la prima è quella della contribuzione figurativa e la seconda consiste nello stabilire una pensione minima per i lavoratori delle piattaforme.
La contribuzione figurativa è utile a coprire periodi di fermo del lavoratore come la maternità, la cassa integrazione, l’infortunio, la malattia.
La pensione minima invece è quell’integrazione che lo Stato tramite l'INPS corrisponde al pensionato quando la pensione è di importo molto basso, nonostante i contributi versati.
Entrambe queste ipotesi però includono delle difficoltà e dei rischi.
Nel caso della pensione minima sarebbe prima di tutto necessario riuscire a fare distinzione tra chi questo lavoro lo svolge come secondo lavoro per integrare un reddito principale, e tutti quei lavoratori per i quali questo incarico costituisce l'unico reddito.
La pensione figurativa invece potrebbe risultare non sufficiente a formare una pensione effettivamente dignitosa.
In uno scenario del genere il rischio è che queste opzioni si traducano poi in un disincentivo al versamento dei contributi, con un conseguente danno enorme alla previdenza sociale e alla fiscalità.

Tra le piattaforme oggetto di studio da parte del progetto co-finanziato dall’Unione Europea VS/2019/0040 “Gig economy e processi di informazione, consultazione, partecipazione e contrattazione collettiva”, è emerso però quello che potrebbe essere considerato come un primo passo verso un tipo di contrattazione corretta: il CCNL siglato dal sindacato danese 3F Services e la piattaforma Hilfr garantirà una equa tutela e retribuzione a circa 450 lavoratori della piattaforma web che fornisce servizi di pulizia a più o meno 1.700 clienti in tutta la Danimarca.
Steffen Wegner Mortensen, co-fondatore di Hilfr, ha dichiarato: "Siamo estremamente orgogliosi di aver siglato il primo contratto collettivo al mondo per una società di piattaforme insieme a 3F, un sindacato. L'economia della piattaforma soffre di una cattiva reputazione perché troppe piattaforme stanno praticamente digitalizzando l'evasione fiscale e le scarse condizioni di lavoro. Motivo per cui la sigla di questo CCNL è innovativa. Con questo accordo stiamo alzando il livello della gig-economy e mostriamo come tutti possiamo beneficiare della nuova tecnologia senza compromettere i diritti e le condizioni del lavoro.” […]

Tina Møller Madsen, presidente di 3F Services, ha dichiarato: "[…] con questo contratto collettivo stiamo colmando il vuoto giuridico tra il mercato del lavoro danese e le nuove piattaforme digitali; così facendo stiamo offrendo risposte iniziali a uno dei principali temi del nostro tempo: come trarre benefici dalla nuova tecnologia senza compromettere i diritti e le condizioni di lavoro.”
È interessante notare che oltre le tradizionali tutele previste dalla contrattazione collettiva, questo contratto prevede tutele anche in termini di protezione dei dati, introducendo di fatto una grossa novità nel mondo del lavoro. Se da un lato l’esperienza 3F Services con Hilfr costituisce l’esempio di un percorso percorribile, dal punto di vista sindacale fa luce su quale dovrà essere il primo obiettivo dei sindacati maggiormente rappresentativi: creare consapevolezza nei lavoratori delle piattaforme per tutto ciò che riguarda il proprio contratto nazionale ed insegnare ai lavoratori ad organizzarsi e organizzare le proteste per promuovere la nascita di tavoli di confronto tra le parti datoriali (le piattaforme) e i rappresentanti dei lavoratori. In questi 15 mesi di emergenza covid-19 abbiamo assistito a un balzo in avanti di 5 o forse più anni per la disponibilità e possibilità di acquistare prodotti e servizi attraverso “il web”, incremento registrato soprattutto nel settore di cui parliamo, quello della cura alla persona e alla casa. Il lockdown e la paura del virus, hanno reso le piattaforme più ricche e più forti e i lavoratori più poveri e ricattabili: come organizzazione sindacale ci saremmo auspicati che le tutele dei lavoratori fossero incrementate di pari passo all’aumento dei guadagni delle piattaforme, ma così non è stato. In ogni caso la pandemia non ha fermato l’impegno politico sindacale per cercare di garantire ai lavoratori domestici delle piattaforme un “futuro migliore” con piena accessibilità ai diritti e alle tutele contrattuali.

Estratto del terzo 
Rapporto annuale sul lavoro domestico.

 

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