Il contributo del lavoro domestico al PIL

Dal dossier n.6

Volendo analizzare il contributo del lavoro domestico al Prodotto interno lordo italiano (di seguito PIL), il primo passo è quantificare il numero di occupati in questo settore.
Nel Dossier 1 abbiamo utilizzato la definizione di “lavoratore domestico” fornita dall’INPS, quantificando 866 mila lavoratori complessivi nel 2016 (44% badanti e 56% colf).
Vale la pena precisare che l'Osservatorio INPS fornisce informazioni sui lavoratori domestici assicurati presso l'INPS (dunque in regola) e fa riferimento, come unità statistica di rilevazione, al lavoratore domestico che ha ricevuto almeno un versamento contributivo nel corso del trimestre o dell'anno.
La fonte dei dati utilizzati per la costruzione dell'"Osservatorio sui lavoratori domestici" è rappresentata dagli archivi amministrativi generati dall'acquisizione delle informazioni contenute:
- nelle comunicazioni obbligatorie di assunzione, trasformazione, proroga e cessazione del rapporto di lavoro domestico effettuate dai datori di lavoro (modelli cartacei e comunicazioni telematiche);
- nei versamenti (bollettini di conto corrente postale o online) effettuati dai datori di lavoro per il pagamento dei contributi previdenziali.
Tuttavia, abbiamo osservato che la rilevazione INPS fornisce un numero di lavoratori domestici inferiore al dato reale, escludendo gli irregolari (sia il “nero”, ovvero chi non ha un contratto di lavoro, sia il “grigio”, ovvero chi svolge più ore rispetto a quelle previste e dichiarate).
Per una stima della ricchezza prodotta dai lavoratori domestici in Italia, dunque, abbiamo bisogno di una classificazione più ampia. Osserviamo quindi i dati forniti dai conti nazionali Istat, elaborati a partire dalla rilevazione campionaria sulle forze di lavoro svolta  annualmente dall’Istat (Istat RCFL) e integrati con fonti amministrative.
In generale, i conti nazionali includono anche l’occupazione irregolare, ovvero tutti gli occupati interni: chi presta la propria attività lavorativa presso unità produttive residenti sul territorio economico del paese (quindi si fa riferimento alla residenza dell’unità di produzione e non alla residenza della persona occupata).
Le informazioni rilevate presso la popolazione costituiscono la base sulla quale vengono derivate le stime ufficiali degli occupati e dei disoccupati, nonché le informazioni sui principali aggregati dell'offerta di lavoro - professione, settore di attività economica, ore lavorate, tipologia e durata dei contratti, formazione. Tra gli occupati interni sono incluse anche le persone temporaneamente non al lavoro che mantengono un legame formale con la loro posizione lavorativa, sotto forma, ad esempio, di una garanzia di riprendere il lavoro o di un accordo circa la data di una sua ripresa (ad esempio, i lavoratori in “disoccupazione”).
I dati ISTAT si riferiscono a tutte le persone residenti occupate in unità produttive sia residenti che non residenti. Vengono considerate “occupati” le persone di almeno 15 anni che nella settimana di riferimento “hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura; hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente; sono assenti dal lavoro (ad esempio, per ferie o malattia)”.
Inoltre, la nota metodologica Istat “Il mercato del lavoro” del 10 marzo 2017 chiarisce che
“le precedenti condizioni prescindono dalla sottoscrizione di un contratto di lavoro, e gli occupati stimati attraverso l’indagine campionaria sulle forze di lavoro comprendono pertanto anche forme di lavoro irregolare”.
Dopo questa breve descrizione della metodologia utilizzata dall’Istat per il calcolo degli occupati, torniamo più nel dettaglio al lavoro domestico.
Consideriamo quindi la categoria ATECO4 “T”: Attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro per personale domestico; produzione di beni e servizi indifferenziati per uso proprio da parte di famiglie e convivenze.
All’interno di questa categoria sono incluse due classi di lavoratori:
>> T 97. Attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro per personale domestico:
-    attività di famiglie e convivenze (inclusi i condomini) come datori di lavoro per personale domestico quale collaboratori domestici, cuochi, camerieri, guardarobieri, maggiordomi, lavandaie, giardinieri, portinai, stallieri, autisti, custodi, governanti, baby-sitter, badanti, istitutori, segretari ecc.
Dalla classe 97 sono invece esclusi:
-    servizi di preparazione di pasti, giardinaggio eccetera da parte di fornitori indipendenti (aziende o individui), cfr. in base al tipo di servizio;
-    attività degli amministratori di condomini.

>> T 98. Produzione di beni e servizi indifferenziati per uso proprio da parte di famiglie e convivenze: questa divisione include le attività di famiglie e convivenze di produzione di beni di sussistenza e di servizi.

Si ottiene così un numero di lavoratori domestici superiore a 1,6 milioni (9% del totale lavoratori), circa il doppio rispetto al dato fornito dall’INPS.
A questo punto è possibile calcolare la ricchezza prodotta dai lavoratori del comparto. Quello che per semplificazione chiameremo “contributo al PIL”, è in realtà – tecnicamente – la quota di Valore Aggiunto prodotta, ripartita per i lavoratori del settore. Per questa stima sono utilizzati i dati Istat relativi al Valore Aggiunto (riferito al 2015, ultimo anno per il quale l’Istat presenta i dati sulla contabilità regionale aggiornati per settore), ripartiti per gli occupati rilevati dall’Istat (2014).
In questo modo otteniamo una quota di Valore Aggiunto (contributo al PIL) generato dai lavoratori domestici misurabile in poco meno di 19 miliardi di euro, pari all’1,3% del PIL complessivo. Da sottolineare l’incidenza molto diversa tra numero di occupati (9% del totale) e valore aggiunto (1,3%), segno naturalmente di un settore a basso valore aggiunto.
A livello territoriale, quasi un terzo del V.A. prodotto si concentra in Lombardia (19,2%) e Lazio (15,0%), ovvero le due regioni con il maggior numero di addetti.
Interessante notare anche il valore pro-capite calcolato a partire dai dati Istat: mediamente ciascun lavoratore domestico ha prodotto 11.694 euro di valore aggiunto, con picchi massimi in Lombardia, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta (oltre 13 mila euro). I valori minimi si registrano invece in Sicilia e Sardegna, con meno di 10 mila euro.


 

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